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Pubblicazioni – giochi – didattica

Pubblicazioni, giochi, didattica

in primo piano:
i volumi delle grandi mostre d'arte della Fondazione CastelPergine

Starry Night

Invito a corte

Marco Lodola

Con testi della Fondazione CastelPergine, Camilla Nacci, Wolftraud de Concini
Fotografie di Simone DalmeriMatteo Lorenzi e Giancarlo Libardi
pagine 80

L’invito a corte per la stagione del Castello 2022 vale una notte stellata, una di quelle meravigliose notti sotto un firmamento puro di bellezza e sogno, a guardare in su nel prato della Rocca, magari entrando in punta di piedi dal cancello in ferro battuto dopo uno spettacolo, un incontro, un’occasione di mondana convivialità nelle eleganti sale, per riprendersi il silenzio e stordirsi vagando nel cielo con lo sguardo. La Notte stellata è una delle più celebri opere di Vincent Van Gogh, che nel 1889 vi ha tradotto in pennellate una visione onirica densa delle emozioni e dei viaggi dell’anima. Nel castello di Pergine, sotto la volta stellata, risuonano e rimbalzano di bocca in bocca le parole magia, vitalità, evocazione…

Ci saranno anche le opere di Marco Lodola a illuminare le antiche mura della fortezza. Allusive a storia e arte con Leonardo e Raffaello, giocose e allegre come la ballerina e il giocatore, sognanti, irriverenti come le Vespette 50 nella Prigione della goccia o come Wonder woman che vigila sulla Sala delle armi, solo per citarne alcune, le sculture luminose sembrano giocare con mura, torri, rialzi, nicchie, rami degli alberi del parco. Appaiono e scompaiono con il vento, si riflettono proiettandosi tutt’intorno, mischiano i brillantissimi colori.

Come accade ogni anno, sul colle perginese si moltiplica il gioco dell’arte: il castello non è – lo ribadiamo – una galleria espositiva, ma è esso stesso parte, ogni stagione culturale giocando un ruolo diverso, della mostra di scultura programmata e l’artista incaricato è il coraggioso coprotagonista della trasformazione del contesto medievale in cangiante proscenio per nuove storie, che si vanno a intrecciare con la sua, millenaria. Il primo anno delle mostre della Fondazione CastelPergine – che poi era il 26° della tradizione espositiva ideata da Theo Schneider e Verena Neff – fu inaugurato dalla land art E-Vento di Giuliano Orsingher che con le sue opere e installazioni lignee volle proporre una profonda riflessione visiva sui danni della tempesta Vaia occorsi a fine ottobre 2018, a castello appena acquisito dalla Fondazione. Poi furono i potenti, magnifici bronzi di Lois Anvidalfarei a ricondurci, a ridosso della prima e della seconda stagione pandemica, alla “viandanza” (Viandanti era il titolo della mostra) dell’umanità desolata, sofferente, punita, vittima e carnefice allo stesso tempo. Pietro Weber, lo scorso 2021, ci fece sognare con le sue arcane Torri e il grande, numeroso e coloratissimo popolo di figure ceramiche sparse ovunque a rimembrare suggestioni di leggende e storie, miti e archetipi. Ora, per la ventinovesima stagione di scultura, la quarta della Fondazione, Marco Lodola irrora di luce i punti estremi della fortezza, dalla Torre quadrata alle mura della cinta superiore fino alla Torre della Madonna, quasi invitandoci a collegare i punti luminosi per far emergere dal buio le forme della fortezza.

Andiamo orgogliosi e fieri del costante, corale, evidente, non facile lavoro di cura che dedichiamo al castello, supportati da un volontariato appassionato e generoso. Che si accendano i fari dell’arte su tanta bellezza fatta di persone, cose, relazioni pare una rivincita oppure solo desiderio di tregua dalla quotidiana desolazione dell’attualità mai rasserenata.

L’antichità ritrovata della pala d’altare della Cappella di S. Andrea, restaurata e ritornata dopo qualche mese di laboratorio, contrappunta la contemporaneità di Starry Night  risplendendo – anche lei – dei suoi colori riportati alla sorprendente limpidezza cinquecentesca.

Sono gli opposti che vengono disputati e ricomposti in una stagione culturale curiosa, diversa, forse divagatrice e provocatoria. Un po’ di leggerezza stempera umori, percezioni distopiche e inciampi della vita… e distrae. Ciò che conta è essere consapevoli che luce e ombra costellano il cammino delle esistenze: con le parole di Stefan Zweig «ogni ombra in fondo è anche figlia della luce e solo chi ha potuto sperimentare luce e ombra, guerra e pace, ascesa e decadenza, può dire di avere veramente vissuto».

  

Il Consiglio di Amministrazione della
Fondazione CastelPergine Onlus

Torri

Ceramiche e terrecotte

Pietro Weber

Con testi della Fondazione CastelPergine, Michele Bonuomo, Camilla Nacci, Wolftraud de Concini e Alessandro Fontanari Nerofonte
Fotografie di Simone Dalmeri e Matteo Lorenzi
pagine 132

La Fondazione CastelPergine Onlus dedica all’artista trentino Pietro Weber e alle sue terrecotte la ventottesima (la terza a propria ideazione) grande mostra annuale di scultura monumentale nelle aree all’aperto comprese tra le due cinte murarie del Castello e nel Palazzo Baronale, al secondo piano del quale l’esposizione si conclude con un omaggio grafico-pittorico a Kafka. Il soggetto principale della mostra sono 12 torri: opere site-specific alte circa tre metri, frutto di un anno di ricerca e lavoro. Ciascuna è come uno ieratico capitolo di un libro o l’elemento polisemico di una grande scacchiera che l’artista, curatore anche dell’allestimento, ha voluto disegnare scegliendo accuratamente uno spiazzo tra le rocce, un angolo di bosco, un terrazzamento o una nicchia e la distanza dalla quale ogni torre avvista l’altra, contrappuntando quelle storiche. Delle “vere” torri vengono interpretati i ruoli di potere e difesa, vigilanza e dominio, protezione e monito, custodia e prigione. Misteriose teste umane, che trasmutano le architetture in corpi, si trovano al posto delle culminazioni edificiali: hanno fantasiose fogge e copricapi inverosimili, reminiscenze o emanazioni di remote geografie, incontri e racconti che sembrano fluire dalle loro bocche o rispecchiarsi nei loro occhi che guardano lontano nello spazio e nel tempo.

Le torri di Pietro Weber si misurano innanzitutto con la poderosa dimensione verticale del Castello, custode di memoria millenaria. Si moltiplicano negli ampi spazi in simmetrie di forme e contrasti tra l’ocra delle antiche pietre e il colore delle terrecotte, la semplicità delle geometrie e i corpi leggeri eppur carichi di simboli e indizi da decifrare. È lo stesso simbolismo del Castello a proiettarci nella mitopoiesi, nell’arcano, nell’emozione estetica legati ai significanti delle torri ceramiche, scultoree, che sono qualcosa di antico e nuovo insieme, coroplastica con iconografie esotiche, rituali e mitologiche frammentate in tantissime figurazioni su corpi proiettati verso l’alto a emulare le torri medievali.

La “torre teosofica” nel Prato della Rocca allude alla presenza, nell’antico albergo, dei teosofi e del pensatore indiano Jiddu Krishnamurti, che con il suo entourage scelse come luogo di villeggiatura per l’estate del 1924 il Castello, proiettato così in nuovi orizzonti di alterità spirituale e fisica. Lo stupore (o sconcerto) dell’incontro generò curiosità e timori presso i locali, ma anche elaborazioni immaginifiche.

Maschere e teste in terracotta e ossidi arredano il fantastico mondo del Castello con contrappunti antropomorfi ancorché di un’umanità trasognata, misteriosa, senza luogo né tempo, mistica e rituale, capace di incutere sentimenti ambivalenti, dalla paura dell’ignoto a un senso di magica protezione da spiriti avversi.

Inusuali nelle dimensioni anche per l’artista e il suo percorso creativo, queste opere in dialogo col Castello sono collocate in un allestimento fisico e simbolico che detterà temi per approfondimenti e manifestazioni collaterali, insieme alla mostra grafico-pittorica della Sala del Camino o della Dama bianca che Pietro Weber ha dedicato a Franz Kafka con l’epilogo, il compimento della mostra 2021, che schiude altri germinativi orizzonti alla narrazione dell’arte.

Viandanti

Lois Anvidalfarei bronzi

progetto editoriale Fondazione CastelPergine Onlus
cura editoriale Matteo Lorenzi
con testo critico di Alessandro Fontanari Nerofonte
fotografie Simone Dalmeri e Matteo Lorenzi
pagine 144
prima edizione maggio 2020

Tutte le opere di Lois Anvidalfarei sono il risultato di una ricerca radicale sulla corporeità umana, sono solo ed esclusivamente figure nude e potenti che portano il peso di una fisicità tormentata, sconvolgenti proprio per il loro eccesso di umanità. Questo umano, troppo umano, modificando il senso dell’espressione di Nietzsche, non indica l’orizzonte da oltrepassare comune a tutti gli uomini, ma l’insuperabile condizione di finitudine che accomuna tutta l’umanità, il suo stato creaturale e il suo dramma esistenziale. Sono figure viandanti che ostentano l’uomo in cammino sulla terra, “viator”, pellegrino ed errante, riecheggiando una profonda concezione religiosa ebraica e cristiana di origine gnostica che riaffiora nell’arte, soprattutto nel romanticismo e nell’espressionismo, nella letteratura e nella filosofia contemporanea.

Al Castello di Pergine i corpi viandanti di Anvidalfarei sostano nelle diverse stazioni della mostra: esibiscono per nostro scandalo l’umanità torturata e offesa o riposano – molte volte appaiono esausti e abbandonati a un sonno agitato – come ospiti provvisori rinserrati nella propria pena e appesantiti dalla propria “ombra”, il fardello del loro errare. Non ci guardano, i loro occhi sono sempre chiusi: la loro solitudine provoca la nostra interrogazione.

L’arte di Anvidalfarei, che si misura da sempre con la condizione umana, cerca per mezzo dei suoi corpi di bronzo il dialogo con le misure umane del Castello di Pergine, con le sue dimensioni architettoniche e storico-temporali. Si tratta di torri, mura, portali, nicchie, recinti, rialzi, passaggi, anditi, scale, corti, ruderi, cappelle, prigioni, tutti elementi che sono allo stesso tempo funzioni e simboli: di abitazione e di potere, di difesa e di dominio, di rifugio e di transito, funzioni e simboli mutevoli nel corso dei secoli, le cui tracce permangono e vanno riconosciute e capite.

Queste sculture si rivolgono a noi dispiegando esemplarmente il paradigma della condizione umana: corpi maschili e femminili sempre nudi – la loro nudità è il segno universale dell’umanità nella sua essenza – raramente in piedi, quasi sempre caduti e giacenti in terra, rannicchiati, contorti, accovacciati, inginocchiati, ingabbiati, smembrati e appesi, sospesi e fluttuanti pur nel loro ingombrante peso, ridotti alla sola testa con mani senza braccia.

Il Castello di Pergine

Sorto sulle fondamenta di una fortificazione preromana – sembra assodato che ogni insediamento in Trentino trovasse origine su preesistenti castellieri – il Castello di Pergine narra più di duemila anni di storia.

La Fondazione CastelPergine Onlus, che ha acquistato il maniero a seguito di un’innovativa azione di collaborazione tra pubblico e privato e lo ha reso un bene collettivo, ne ha fatto un centro di ospitalità a tutto tondo, dalla ricezione turistica alla gastronomia, all’arte e alla cultura.

E-VENTO

Giuliano Orsingher
arte ambientale

progetto editoriale Fondazione CastelPergine Onlus
testi critici Fiorenzo Degasperi, Alessandro Fontanari Nerofonte
traduzioni Silvia Coppola, Birgit Elisabeth Horn
fotografie Matteo De Stefano
altri contributi fotografici Simone Dalmeri, Renato Orsingher, Manuela Porchia
pagine 120
prima edizione maggio 2019

La mostra di scultura/arte contemporanea “E-vento” trae origine dalla tradizione, iniziata da Theo Schneider e Verena Neff durante la loro gestione, che ha portato 25 artisti in altrettanti anni a confrontarsi nell’impegnativa sfida di relazionare le loro opere di grande formato alla forza plastica e severa del Castello.

Raccogliendo questa importante eredità il Consiglio di Amministrazione della Fondazione ha scelto di puntare per il 2019 su un artista trentino, Giuliano Orsingher, tra i precursori dell’arte ambientale.

La proposta tematica di Orsingher per “E-vento” è stata subito vista come necessaria e coerente con la nostra convinzione che la natura come i beni storici vadano difesi in quanto scrigno della memoria: quella di partire dalla tempesta che si è abbattuta nell’ottobre scorso sul nord Italia e anche sulla collina del Castello, i cui segni sono ancora nettamente visibili.

Grazie al sostegno di enti pubblici e privati è stata possibile una nuova magia all’interno e all’esterno delle storiche mura. Auguriamo lunga vita all’arte, alla natura e all’essere umano, quando è capace di relazionarsi con loro con umiltà e rispetto.

altre pubblicazioni

Omaggio a Kafka

Undici artisti al castello di Pergine

testi di Alessandro Fontanari Nerofonte e Camilla Nacci

pagine 36

Omaggio a Kafka. Undici artisti al Castello di Pergine

Anche quest’anno le opere pittoriche e grafiche degli undici artisti invitati sono allestite nella spettrale sala, carica di risonanze, della Dama Bianca e nella sala del Balcone che si trovano al secondo piano non ancora restaurato del Palazzo Baronale.

Simone Brillarelli, Gabriele Cantadore, Bianca Lodola hanno lavorato sul volto iconico di Kafka: un fantasma (Brillarelli), materia oscura e specchio frantumato in cui sprofondiamo (Cantadore), un intarsio di colori che non cancellano la distante tristezza dello sguardo (Lodola).

David Aaron Angeli ha disegnato, con brevi citazioni dai testi di Kafka, alcuni dei tanti animali che ricorrono nelle sue storie e che compongono un singolare bestiario di figure intermedie del divenire animale o della costrizione a divenire uomo.

Marco Lodola nel suo dipinto ha riunito un castello da favola e l’inquietante testa in primo piano dell’uomo-insetto della Metamorfosi.

Marcovinicio, per commentare un aforisma di Kafka, ha dipinto sullo specchio di un bagno le incerte proiezioni del nostro volto interiore.

Per le sue fortezze che si ergono in fantastici paesaggi trasformati da remote forze telluriche, Roberto Perini ha attinto al Castello e alle storie comprese nella raccolta Durante la costruzione della muraglia cinese in cui Kafka rivisita l’archetipo della Torre di Babele.

Franco Rasma ripropone ossessivamente luce e oscurità di un grande volto perfettamente congeniale alle atmosfere di Kafka.

Denis Riva mostra una delle sue tante “metamorfosi”: l’uomo-pianta che da Ovidio e da Dante arriva fino a Kafka.

Renato Reigl e Pietro Weber si sono ispirati al frammento narrativo Il cacciatore Gracco, scritto nel 1917 e ambientato a Riva del Garda dove Kafka soggiornò nel 1909 e nel 1913. Il cacciatore Gracco è Kafka stesso (Kafka in ceco significa “gracchio”, “cornacchia”), alla ricerca di una riva che ponga fine al suo vagare tra la vita e la morte. Renato Reigl traduce due episodi del racconto nell’aura fantasmatica del suo segno scarno e incisivo.

L’opera in cera di Pietro Weber, che fa parte dei suoi lavori riguardanti Il Processo e Il Castello, immagina la barca del cacciatore Gracco alla deriva, realizzando la scena dominata da una figura enigmatica, in una cupa tonalità espressionista.

Una mostra “sotto il segno di Kafka”: ma il Castello di Pergine è sotto il segno di due “K”, quella di Kafka e quella di Krishnamurti, e tra i due celebri personaggi con la stessa lettera iniziale si possono intravedere affinità e corrispondenze.

tratto da “Sotto il segno di Kafka”, introduzione al catalogo di Alessandro Fontanari Nerofonte

Gadget "Castello di carte"

Scatolina che contiene chiavetta USB con il video dello spettacolo della speciale visita guidata teatralizzata al Castello e alla sua storia e block per gli appunti.

Testo Elisa D’Andrea
con la collaborazione di
Associazione Amici della Storia
regia di Chiara Benedetti
con Marta Marchi e Giuseppe Amato
a cura di ariaTeatro e
Fondazione CastelPergine Onlus
con il sostegno di Fondazione Caritro e
Comune di Pergine Valsugana 

I luoghi impregnati di avvenimenti, periodicamente abitati da viaggiatori di varia provenienza, e allo stesso tempo lontani dagli occhi dei locali, divengono in questo progetto il fulcro della storia che rappresentano. Il racconto del trascorrere del tempo tra le mura del Castello della città di Pergine si articola nella messa in scena di uno spettacolo itinerante che si snoda tra la riscoperta di spazi dimenticati dai più e la valorizzazione delle risorse paesaggistiche della collina del Castello. Attingendo al vasto panorama di accadimenti che hanno attraversato la storia del Castello e dei suoi abitanti in svariate epoche, si condurrà lo spettatore in un percorso teatrale suggestivo, in cui potrà perdersi e lasciarsi guidare. La visita guidata teatralizzata parte dalle ricerche storiche realizzate sul territorio e ha lo scopo di avvicinare lo spettatore alla storia locale,
facendogli rivivere non soltanto il passaggio cronologico delle epoche, ma anche le suggestioni del Castello di Pergine.

I TACCUINI DELLA FONDAZIONE CASTELPERGINE
Taccuini Letterari

Corpi che parlano

di Giorgio Antoniacomi
a margine della mostra
VIANDANTI
di Lois Anvidalfarei

Publistampa edizioni 2021
48 pagine

Le statue di Lois Anvidalfarei hanno, su un piano oggettivo, tre caratteristiche: sono puri corpi nudi; hanno proporzioni diverse da quelle naturali (la scala è ingrandita); raffigurano spesso persone defunte. Dialogare con una persona che non c’è più, che non può più parlare, vuol dire farla parlare: significa ricostruire un’ipotesi tentativa della sua vita, della sua morte e della sua condizione dopo-umana. Significa cercare di comprendere quello che ci vuole dire, dargli/le le parole.

Ci hanno provato molti scrittori in maniera inarrivabile. La compagine umana ospitata al castello di Pergine ci racconta di sé, forse soprattutto di noi, dei nostri fantasmi, delle nostre ipocrisie, delle paure che non ci lasciano. E, raccontandole, ci aiutano a liberarcene.

Le altre due caratteristiche – l’essere corpi, l’essere in scala più che proporzionale – non sono senza conseguenze per la narrazione. Parlare di corpi non significa parlare di materia ma, con un paradosso solo apparente, anche delle anime che danno forma e significato a quei corpi: un paradosso solo apparente perché questa è la trasfigurazione che si compie nell’opera d’arte, il suo miracolo.

L’essere corpi grandi, poi, ricorda a noi, adulti, la magia del cinema: quello che vediamo sullo schermo, è stato detto, ci affascina non solo perché è come un sogno che viviamo nel buio; non solo perché il cinema è un rito collettivo; non solo perché è un lungo attimo sottratto alla nostra vita quotidiana; ma anche e soprattutto perché ci riporta, regressivamente, a quando eravamo bambini e le cose ci sembravano più grandi di quello che erano veramente. Il racconto è amplificato e ci fa sentire piccoli di fronte a quello che vediamo. I personaggi descritti di seguito non hanno, di solito, un nome.

E, quando ce l’hanno, è un nome che ne nasconde un altro. Non appartengono però a una folla anonima, ma a singole vite irripetibili: pretendono di essere espressioni diverse della condizione umana. Hanno, in questo senso, un significato universale. Ho provato anche a immaginare quale musica avrebbe potuto accompagnare le stazioni di questa via crucis, ma più che musiche mi sono venuti in mente solo suoni e rumori laceranti. Forse riusciremo a ricomporre anche questa sintesi. (Dall’introduzione di Giorgio Antoniacomi).

Il castello di Pergine. Una storia per immagini

Silent book che racconta la storia del Castello di Pergine, dalla preistoria ai giorni nostri, un lungo periodo ricco di mutamenti nel paesaggio, nell’ambiente, nell’economia, nella costruzione sociale e politica, narrate dalle 12 bellissime tavole che lo compongono.

L’autore e artista Adriano Siesser ha dato corpo a un’idea di Giampaolo Dalmeri, archeologo e conoscitore del territorio perginese, e si è avvalso delle indicazioni storiche dello stesso Giampaolo Dalmeri e di David Benedetti, giovane studioso di storia locale, che hanno suggerito le coordinate storiche.

Prodotto dall’Associazione Amici della storia Pergine
Publistampa Edizioni, 2019

Disponibile anche in lingua tedesca

Giochi “Assalto al Castello” e “Le armi della memoria”

Il gioco “Assalto al Castello” è stato progettato e realizzato dagli studenti della classe II A della Scuola Secondaria di Primo Grado “Ciro Andreatta”, durante le ore di Arte e Immagine, nel corso dell’anno scolastico 2017-18.

Il gioco “Le armi della memoria” è stato progettato e realizzato dagli studenti della classe II D della Scuola Secondaria di Primo Grado “Ciro Andreatta”, durante le ore di Arte e Immagine, nel corso dell’anno scolastico 2017-18.

L’esperienza didattica ha visto la Scuola coinvolta in un progetto di rete con Federazione Trentina della Cooperazione, Fondazione Castelpergine, Cassa Rurale/Cooperazione Reciproca e Pro Loco.

I giochi sono a disposizione sia in castello che chiedendoli via mail: sono uno strumento di conoscenza della storia della fortezza medioevale e anche un modo per sostenere le iniziative della Fondazione.

Venerdì 31 maggio 2019 alle ore 11.00 presso l’aula magna delle scuole medie Andreatta le due classi coinvolte nel progetto hanno donato i due giochi alla Fondazione CastelPergine Onlus.

bibliografia

  • C. Battisti, Guida di Pergine, Val dei Mocheni e Pinè, 1904, Edizioni Associazione Amici della storia Pergine 1987 (a cura di Nino Forenza)
  • P. Alessandrini, Memorie di Pergine e del Perginese, anni 590-1800, 1890, 2° ristampa anastatica Comune di Pergine 1990
  • Michele Lanzinger, Franco Marzatico, Enrico Cavada, Giuseppe Berlanda (a cura di) Il castello di Pergine, L’editore, 1991
  • René Preve Ceccon, Pergine. Storia di un nome, Comune di Pergine, 1993
  • Carl Ausserer, Castello e giurisdizione di Pergine: i signori, i capitani, gli amministratori e i signori pignoratizi, Edizioni Associazione Amici della storia Pergine, 1995
  • Claudio Morelli, Salvatore Piatti, Jole Piva, Marta Scalfo (a cura di); fotografie di Antonio Sartori, Guida di Pergine Valsugana/Pergine: Kunst und Kulturfführer, Comune di Pergine, 1995
  • Padre Salvatore Piatti, Pergine. Un viaggio nella sua storia, 1998
  • Padre Salvatore Piatti, Pergine. Fra storia e cronaca, 2003
  • APSAT 4. Castra, castelli e domus murate. Corpus dei siti fortificati trentini tra tardo antico e basso medioevo. Schede 1. A cura di Elisa Possenti, Giorgia Gentilini, Walter Landi, Michela Cunaccia, SAP – Società Archeologica – Progetto Apsat “Ambiente e Paesaggi dei Siti d’Altura Trentini”, Provincia Autonoma di Trento, 2013
  • Otto Piper, Österreichische Burgen, Bd.: 1, Wien, 1902 Bayerische Staatsbibliothek
  • Aldo Gorfer, I castelli del Trentino, Vol. 2°: Valli del Fèrsina e dell’Avisio, Valsugana e Primiero, Editrice Saturnia, Trento 1989